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Compassione è un termine oggi caduto in disgrazia, troppo spesso utilizzato in luogo di “pietà”.
Come si legge qui (unaparolaalgiorno.it):

“Nei secoli, la parola compassione prende forma sul concetto di pietà – una pietà che è quasi disprezzo. Eppure la sua radice, il significato originale dei suoi componenti è tanto più nobile, di respiro tanto più ampio. La compassione è la partecipazione alla sofferenza dell’altro. Non un sentimento di pena che va dall’alto in basso. Si parla di una comunione intima e difficilissima con un dolore che non nasce come proprio, ma che se percorsa porta ad un’unità ben più profonda e pura di ogni altro sentimento che leghi gli umani. E’ la manifestazione di un tipo di amore incondizionato che strutturalmente non può chiedere niente in cambio.

Ed è la testa di ponte per una comunione autentica non solo di sofferenza, ma anche -e soprattutto- di gioia vitale, e di entusiasmo.”

Ed è proprio la compassione un sentimento molto trascurato e d’indicibile potere.
Nonostante questa parola venga usata anche dall’istituzione ecclesiastica e quindi associata a ciò che al giorno d’oggi si chiama “buonismo”, che possiamo definire come il tentativo di accogliere nella benevolenza anche atteggiamenti e comportamenti invisi alla maggioranza, l’empatia e l’esempio che sprigionano dalla compassione possono risuonare e propagarsi come onde in uno stagno.
L’esempio odierno me ne è testimone, ancora una volta. Fra due colleghi nasce un alterco e uno dei due, facile a nascondersi e a cercare capri coi quali espiare le proprie responsabilità, stava cercando ancora una volta di mettere in atto la sua tecnica con l’altro. Al che le scelte possibili per l’altro erano due: rispondere al fuoco, forte di una posizione di onestà già dimostrata in diversi frangenti, ma alimentando di conseguenza le basse vibrazioni (che ad esempio i norreni simboleggiavano nella loro mitologia coi giganti più rozzi); oppure accogliere nella compassione la debolezza del collega, e mostrare, attraverso l’esempio, che esiste un’altra via, cioè quella della cooperazione e dell’intesa.
Sicuramente in futuro egli cercherà nuovamente di ricorrere al suo meccanismo così perfezionato negli anni, ma da oggi sa che esiste un’altra strada da percorrere, e non è detto che non decida – di quando in quando – di seguirla, propagando a sua volta un esempio virtuoso.
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