Sterili discussioni, inevitabili, fra atei e credenti.

Lo gnostico, o l’occultista, se ne tiene alla larga. O perlomeno, io lo faccio.

A che pro dovrei infatti intervenire in una discussione fra un cieco e un sordo?

Il credente in senso canonico si affida, il più delle volte, a una concezione della divinità e della spiritualità molto legata alla catechesi, dove il Dio è un uomo o una creatura di sembiante o senziente molto simili all’uomo, tranne nella cultura cristiano-cattolica, che ha avuto l’ottima intuizione di non cercare mai di spiegare ai suoi fedeli cosa sia davvero Dio per essa, così come tentò di fare – a quanto pare – il Cristo.

L’ateo, ovviamente, rifugge queste concezioni fondate spesso su un indottrinamento più che su un percorso individuale di accrescimento della propria consapevolezza.
Il problema dell’ateo è che, però, non solo ripudia questa concezione del divino, bensì anche ogni altra idea di spirito o di anima o di trascendenza.
L’ateo è figlio dell’illuminismo, un’epoca di rottura tanto necessaria quanto ormai limitante, che ha esaurito o quasi la sua funzione storica. L’illuminismo portò l’individuo al centro dell’Universo, dimenticando la sua funzione nella società umana, dando il via a un processo di – paradossalmente – spersonalizzazione che oggi conosce il suo apogeo.

Lo gnostico, il Risvegliato (come lo era Buddha, ma anche gli jedi, che percepiscono una realtà che l’uomo normale non vede), si pongono invece diversamente o almeno, dal mio punto di vista, possono porsi diversamente, riconoscendo concetti come il Divino e lo Spirito, ma senza accontentarsi di una concezione finalistica.

E’ solo quando si fa esperienza di ciò è che sotto i nostri occhi ogni giorno, ma la cui esistenza abbiamo completamente dimenticato, che riusciamo a trovare un principio di risposta alla querelle di cui sopra, posizionandocene al’esterno.

Perché cercare di raccontare i colori a persone che ancora non hanno mai aperto gli occhi, e che soprattutto non vogliono aprirli, è non solo arduo ma anche controproducente per loro e per chi li circonda, come insegna Platone nel Mito della Caverna.

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