Come Edward vivevo in una stanza abbandonata di un castello.

Tale era la mia anima.

Il mio fuoco interiore, il sulphur alchemico, era visibile solo a chi vi si addentrava, e talvolta anche a me.

Poi decisi di lasciare quelle stanze e di vivere come tutti gli altri, e cominciai a manifestare quel fuoco all’esterno.

Inizialmente sembrava che la passione della creazione venisse apprezzata da molti, ma più importante era che finalmente potevo esprimere quel che avevo dentro, nella modalità che preferivo, e che ritenevo lasciasse trapelare molto più di quanto non apparisse a un osservatore superficiale. Livelli di lettura diversi.

E qualcuno riuscì a leggere fra quelle righe, qualcuno che volle vedere dove avevo vissuto fino a quel giorno. Era qualcuno mosso da una disperata solitudine, qualcuno che aveva vissuto in un castello simile al mio, fino a quel giorno.

Provammo a uscire dalle nostre mura, insieme, ma lo facemmo in modo così ingenuo, così leggero. Le nostre opere, insieme, cantavano la meraviglia dell’Universo, ma noi non potevamo cantare insieme. Non era quello il nostro destino.

Tornammo entrambi nelle nostre soffitte impolverate, e in raptus distrussi tutto ciò che avevo creato. E tornai ad essere lassù, da solo, ad elargire sorrisi al mondo, da lontano.

Finché…

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