La vittoria non è la sconfitta

Smantellare l’ego; controllare il proprio pensiero; sciogliere il ghiaccio dei blocchi dei virus del linguaggio e della mente, sciogliendoli nell’acqua dell’intuizione mediante il fuoco dell’ispirazione, della creatività e della chiarovisione.
Sono concetti facilmente riscontrabili nella maggior parte delle dottrine esoteriche e in generale di crescita interiore.
Recentemente, però, sono inciampato in un’ulteriore esortazione, nel libro “L’esperienza psichedelica” – che sto leggendo in quanto interessato non tanto all’aspetto chimico dell’esoterismo, quando a certi rituali sciamanici, ovviamente e assolutamente bianchi – , la quale recita “per te [uomo che ha abbandonato l’ego] la sconfitta vale quanto la vittoria”.

E qui mi sono sentito di dissentire.

Perché se parliamo di sport, del derby di calcio, la vittoria e la sconfitta sono ugualmente accettabili.

La vittoria, tuttavia, in natura nasce per la sopravvivenza.
Vincere sulla propria preda significa garantirsi un altro giorno di vita.
La sopraffazione dell’inferiore è anzi necessaria, se senza di questa non possono procedere le vite nostre o della comunità in cui siamo. Il leone caccia lo gnu più debole affinché il clan possa sopravvivere, e questa vittoria è fondamentale.
D’altro canto, la dominanza sul prossimo a fini puramente egoistici, per affermazione di potere e di posizione di predominio, non è accettabile ed è equiparabile alla peggior sconfitta. In questi casi sì, che l’atteggiamento più utile alla società non è la conferma della propria superiorità, se esistente, bensì il supporto al più “debole” – fra virgolette in quanto non credo agli assoluti, se non al Principio della Divina Intelligenza.

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Compassione

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Compassione è un termine oggi caduto in disgrazia, troppo spesso utilizzato in luogo di “pietà”.
Come si legge qui (unaparolaalgiorno.it):

“Nei secoli, la parola compassione prende forma sul concetto di pietà – una pietà che è quasi disprezzo. Eppure la sua radice, il significato originale dei suoi componenti è tanto più nobile, di respiro tanto più ampio. La compassione è la partecipazione alla sofferenza dell’altro. Non un sentimento di pena che va dall’alto in basso. Si parla di una comunione intima e difficilissima con un dolore che non nasce come proprio, ma che se percorsa porta ad un’unità ben più profonda e pura di ogni altro sentimento che leghi gli umani. E’ la manifestazione di un tipo di amore incondizionato che strutturalmente non può chiedere niente in cambio.

Ed è la testa di ponte per una comunione autentica non solo di sofferenza, ma anche -e soprattutto- di gioia vitale, e di entusiasmo.”

Ed è proprio la compassione un sentimento molto trascurato e d’indicibile potere.
Nonostante questa parola venga usata anche dall’istituzione ecclesiastica e quindi associata a ciò che al giorno d’oggi si chiama “buonismo”, che possiamo definire come il tentativo di accogliere nella benevolenza anche atteggiamenti e comportamenti invisi alla maggioranza, l’empatia e l’esempio che sprigionano dalla compassione possono risuonare e propagarsi come onde in uno stagno.
L’esempio odierno me ne è testimone, ancora una volta. Fra due colleghi nasce un alterco e uno dei due, facile a nascondersi e a cercare capri coi quali espiare le proprie responsabilità, stava cercando ancora una volta di mettere in atto la sua tecnica con l’altro. Al che le scelte possibili per l’altro erano due: rispondere al fuoco, forte di una posizione di onestà già dimostrata in diversi frangenti, ma alimentando di conseguenza le basse vibrazioni (che ad esempio i norreni simboleggiavano nella loro mitologia coi giganti più rozzi); oppure accogliere nella compassione la debolezza del collega, e mostrare, attraverso l’esempio, che esiste un’altra via, cioè quella della cooperazione e dell’intesa.
Sicuramente in futuro egli cercherà nuovamente di ricorrere al suo meccanismo così perfezionato negli anni, ma da oggi sa che esiste un’altra strada da percorrere, e non è detto che non decida – di quando in quando – di seguirla, propagando a sua volta un esempio virtuoso.

Il Golem di Meyrink

Dopo molto tempo riesco finalmente a leggere il Golem di Gustav Meyrink, controverso autore del quale ho sentito e letto ogni parere. Qualcuno afferma che il suo talento nella scrittura sia incespicante, addirittura.

Leggendo tali opinioni, ammetto che nonostante l’incipit del libro non mi lasciasse perplesso, temevo inizialmente che il testo potesse risultare troppo astruso, facilone, o troppo autocompiaciuto nel proprio arzigogolamento. Ovviamente i dubbi vennero fugati molto presto, quando cioè Meyrink cominciò a lasciar scorrere il sentimento, vitalizzando le sue visioni praghesi con emozioni, sentimenti, amori e vendette; e quando il libro cominciò a parlare di risvegli, di tarocchi, di simboli e di occulte conoscenze.

Infine, letta l’ultima pagina, mi resi conto di aver avuto fra le mani un testo da leggere e rileggere, almeno per la seconda volta, per cogliere ciò che a un primo passaggio può risultare sfuggente, oppure per trovare nuovi spunti e nuove perle che nel frattempo la nostra coscienza si è fatta pronta ad accettare.

 

L’omino con la barba nell’alto dei cieli

Sterili discussioni, inevitabili, fra atei e credenti.

Lo gnostico, o l’occultista, se ne tiene alla larga. O perlomeno, io lo faccio.

A che pro dovrei infatti intervenire in una discussione fra un cieco e un sordo?

Il credente in senso canonico si affida, il più delle volte, a una concezione della divinità e della spiritualità molto legata alla catechesi, dove il Dio è un uomo o una creatura di sembiante o senziente molto simili all’uomo, tranne nella cultura cristiano-cattolica, che ha avuto l’ottima intuizione di non cercare mai di spiegare ai suoi fedeli cosa sia davvero Dio per essa, così come tentò di fare – a quanto pare – il Cristo.

L’ateo, ovviamente, rifugge queste concezioni fondate spesso su un indottrinamento più che su un percorso individuale di accrescimento della propria consapevolezza.
Il problema dell’ateo è che, però, non solo ripudia questa concezione del divino, bensì anche ogni altra idea di spirito o di anima o di trascendenza.
L’ateo è figlio dell’illuminismo, un’epoca di rottura tanto necessaria quanto ormai limitante, che ha esaurito o quasi la sua funzione storica. L’illuminismo portò l’individuo al centro dell’Universo, dimenticando la sua funzione nella società umana, dando il via a un processo di – paradossalmente – spersonalizzazione che oggi conosce il suo apogeo.

Lo gnostico, il Risvegliato (come lo era Buddha, ma anche gli jedi, che percepiscono una realtà che l’uomo normale non vede), si pongono invece diversamente o almeno, dal mio punto di vista, possono porsi diversamente, riconoscendo concetti come il Divino e lo Spirito, ma senza accontentarsi di una concezione finalistica.

E’ solo quando si fa esperienza di ciò è che sotto i nostri occhi ogni giorno, ma la cui esistenza abbiamo completamente dimenticato, che riusciamo a trovare un principio di risposta alla querelle di cui sopra, posizionandocene al’esterno.

Perché cercare di raccontare i colori a persone che ancora non hanno mai aperto gli occhi, e che soprattutto non vogliono aprirli, è non solo arduo ma anche controproducente per loro e per chi li circonda, come insegna Platone nel Mito della Caverna.

Il mondo capovolto

Questo post non ha molto a che vedere con ermetismi ed esoterismi, apparentemente.

Anni fa, quando di fronte ad alcune tematiche non ero soltanto digiuno, ma anche refrattario, credevo che la scienza attuale fosse la Risposta, nonostante ne riconoscessi i limiti dovuti principalmente – credevo, e tuttora lo credo – alla sua scarsa interdisciplinarietà. I compartimenti stagni nei quali è rinchiusa la ricerca scientifica fanno sì che molti più quesiti restino irrisolti, ma è il prezzo che si paga per una specializzazione sempre maggiore, nonché parte di un ciclo che sta arrivando all’apice (a mio parere).

Ma la mente. Malamente.
Non può arrivare ovunque.
Ad esempio si possono comprendere le proprie paure, ma questo non basta.
Si può risalire, razionalmente, fino alla loro origine, ma questo non le risolve.

Qualche anno fa mi cominciò a venire una paura strana, che mai avevo avuto prima: provavo un grosso fastidio a guardare il “mondo capovolto”. Temevo di cadere in cielo, che la gravità d’improvviso smettesse di ancorarmi al suolo.
Eppure sapevo che non avrebbe potuto accadere, e se anche fosse accaduto non avrei dovuto che rallegrarmi, perché uno dei sogni più ricorrenti era quello di volare. E in volo ero sempre felice, libero, realizzato, potente. Non perché esercitassi potere, sia chiaro, bensì perché potevo.

Non potevo più sdraiarmi su un prato a pancia in su a guardare il cielo, se non avevo vicino un riferimento terrestre, che fosse una persona, un albero, un masso.
Non potevo più addormentarmi sulla spiaggia, perché a ogni minimo soffio di vento mi svegliavo spaventato.
Ultimamente mi dava fastidio anche soltanto piegarmi su me stesso e guardare attraverso le mie gambe, vedendo il mondo al contrario.
Stupido, sì. Era stupido.
Lo sapevo, ma non potevo controllarlo e dovevo capirne l’origine, della quale avevo già un’idea, un’intuizione. Razionalmente sapevo tutto, ma serviva altro.
Serviva una crescita interiore, servivano delle esperienze che andassero a smuovere, ora lentamente ora in modo deflagrante, l’inconscio.

Il contatto con l’inconscio è importante, quando si parla di magia e di Volontà, perché se la Magia, come dicono, non è che un prolungamento della propria Volontà estesa nella Volontà Divina (o dell’Universo, a seconda di come la si voglia vedere), allora è necessario sapere in che modo parli la propria volontà. E’ necessario ascoltarla, in silenzio. Quindi è prima necessario creare il silenzio, ma tale condizione si trova solo conoscendo cosa sia il rumore. E’ necessario guardare con altri occhi, vedersi erompere quale vulcano, e poi placarsi liquefacendosi, sentire le vibrazioni del proprio corpo e visualizzare, vedere, aprire la vista e i sensi, e poi richiuderli e rinchiudersi per poi riaprirsi, in un ciclo che non ha fine.
E questo non lo insegna la psicoterapia ordinaria, quella che ti tiene sul lettino per anni solo per mungerti il portafogli.

Adesso lo so, ora che il mondo capovolto non mi spaventa più, perché la paura più grande era proprio quella di lasciarmi andare, di affidarmi a qualcosa o qualcuno.

Affidarmi al vento, al soffio.

Queste oscure materie

Qualche tempo fa, probabilmente un annetto o poco più o poco meno, riflettendo su varie cose, ivi compresa la nuova visione della vita a cui giunsi, non senza resistenze, circa tre anni or sono, mi venne in mente una famosa questione irrisolta della scienza moderna: la materia oscura.

Giungendo da un background scientifico-razionalistico-positivista, la materia oscura per me era lontana, inafferrabile, forse da individuarsi nei neutrini o in altre particelle ineffabili. Anzi, si trattava di un concetto astratto e, a dirla tutta, neppure troppo interessante, in quanto frutto di elaborazioni di dati sperimentali, di osservazioni indirette.

Tuttavia, alla luce delle nuove esperienze a cui avevo acceduto, cominciai ad unire i puntini, riordinando dei tasselli e cominciando a intravedere dei legami trasversali fra culture, religioni, esoterismo e rappresentazioni artistiche o letterarie.

Facendola breve, la mia “folgorazione” fu la seguente: se assumiamo che la teoria delle stringhe sia vera, e cioè che tutte le particelle subatomiche vibrino a una determinata frequenza, tale vibrazione altro non è che energia la quale, secondo Einstein e la relatività (la famosa E = mc2), è anche massa.

E questo ben si accordava con le teorie di George Lucas in Star Wars: “la Forza” usata dagli Jedi e dai Sith era così simile all’Akasha di cui si parla nei testi occulti, o all’etere di cui qualche folle ha provato a dimostrare l’esistenza. E cos’altro era la Forza, se non una qualche sorta di energia che pervade tutto ciò che esiste, vivente e non vivente?

C’è chi ci crede e la sa usare e la manipola, come gli Jedi e i Sith, e chi no.

Poi, l’altro giorno, dopo un anno esatto da quando mi fu regalato, comincio a leggere il secondo libro della trilogia “Queste oscure materie” di Philip Pullmann – per capirci è la trilogia de “La bussola d’oro”, dalla quale è stato tratto anche un film – e trovo menzionata la Polvere. E c’è una scienziata che è sconvolta perché ha appena scoperto l’esistenza di un “qualcosa” (la “Polvere”) che non riesce a interpretare, non riesce a definire, ma sa che esiste. E soltanto chi ci crede e vuole farne esperienza può farlo, solo chi si mette nella disposizione d’animo giusta può sentirla, utilizzarla e manipolarla. Perché questa Polvere, questa materia oscura, risponde alla volontà umana. Come la forza degli Jedi. Come la magia dei fantasy.

E, leggendo quelle righe, mi sono fatto una grassa risata, vedendo un altro tassello mettersi ordinatamente al suo posto.

Come Edward

Come Edward vivevo in una stanza abbandonata di un castello.

Tale era la mia anima.

Il mio fuoco interiore, il sulphur alchemico, era visibile solo a chi vi si addentrava, e talvolta anche a me.

Poi decisi di lasciare quelle stanze e di vivere come tutti gli altri, e cominciai a manifestare quel fuoco all’esterno.

Inizialmente sembrava che la passione della creazione venisse apprezzata da molti, ma più importante era che finalmente potevo esprimere quel che avevo dentro, nella modalità che preferivo, e che ritenevo lasciasse trapelare molto più di quanto non apparisse a un osservatore superficiale. Livelli di lettura diversi.

E qualcuno riuscì a leggere fra quelle righe, qualcuno che volle vedere dove avevo vissuto fino a quel giorno. Era qualcuno mosso da una disperata solitudine, qualcuno che aveva vissuto in un castello simile al mio, fino a quel giorno.

Provammo a uscire dalle nostre mura, insieme, ma lo facemmo in modo così ingenuo, così leggero. Le nostre opere, insieme, cantavano la meraviglia dell’Universo, ma noi non potevamo cantare insieme. Non era quello il nostro destino.

Tornammo entrambi nelle nostre soffitte impolverate, e in raptus distrussi tutto ciò che avevo creato. E tornai ad essere lassù, da solo, ad elargire sorrisi al mondo, da lontano.

Finché…

Non sono un cartomante.

I Tarocchi sono il più delle volte associati, nell’immaginario popolare, ai cartomanti che spillano quattrini ai disperati. Ciarlatane o meno, è difficile credere ai personaggi che si vendono in TV come maestri di vita.

Ma la domanda è: il Tarocco è nato per la divinazione? O come carta da gioco?
E se invece il suo scopo iniziale non fosse stato alcuno dei due sopraccitati?

In epoca “moderna” fu Antoine Court de Gébelin ad attribuire al Tarocco un’origine egizia, nel suo libro “Le Monde Primitif”.
La tesi sostenuta era che le carte da gioco fossero state realizzate dai sacerdoti dei templi egizi prima dell’invasione da parte della Persia. Sapendo che il vizio del gioco non sarebbe mai morto nell’uomo, i sacerdoti speravano di aver trovato un modo sicuro per diffondere e far sopravvivere il sapere occulto, in forma simbolica e oscura ai non-iniziati.

In tempi successivi, poi, vari occultisti fra cui Eliphas Levi, Papus, Wirth, hanno studiato i Tarocchi dandone la propria interpretazione.

I tre autori di cui sopra formano in questo campo una corrente di pensiero quasi compatta, che lega gli Arcani minori e maggiori al classico esoterismo europeo del XIX secolo, con notevoli richiami anche alla cristianità.

Tuttavia, pur leggendo tutti i libri scritti sull’argomento, sarà impossibile o comunque molto difficile trarre più di qualche lampo di verità da essi, a meno che non si possiedano già delle conoscenze di tipo iniziatico.

Inoltre, il simbolismo di cui sono intrisi può essere considerato “artefatto” o, almeno, molto complesso e sovraccarico. Diversamente da simbologie più elementari, o per meglio dire più essenziali quali quella ermetico/alchemica e quella runica.

La lontananza della comprensione

Utilizzo il termine lontananza, ma in principio stavo optando per “solitudine”. Ho tuttavia deciso di cambiare in quanto non di vera solitudine si tratta, bensì di allontanamento dai consueti pattern comportamentali, dalle codifiche sociali.

Esplico qui sotto il ragionamento seguito.

Il mago, imparando gradualmente a conoscere se stesso, comincia a percepire cose che la maggioranza delle persone ignora e vuole o preferisce ignorare. Senza entrare nel merito delle conoscenze occulte ed ermetiche, è sufficiente pensare a come la vita contingente e pragmatica possa cambiare alla luce delle nuove consapevolezze.
Questo perché in un normale rapporto umano, a ogni azione corrisponde una reazione in un certo modo standard. Capire il motivo delle cose, invece, porta naturalmente a differenziare le proprie reazioni, mitigandole il più delle volte, e comunque preferendo la via della comprensione e del perdono sopra il conflitto e il sentimento negativo in genere.

A banale esempio, un insulto diretto provoca una reazione negativa, che può essere astiosa, triste, delusa, o altro.

Da cosa, però, si origina tale reazione?

La prima risposta che una persona dà è, di norma: “mi è stato mancato di rispetto”.
Il che è un effetto, non una causa per se.

Individuare la causa, invece, non è così semplice e richiede di scavare più a fondo, laddove ben pochi sanno e osano guardare.
Mi affido a parole scritte da altri prima di me, per affrontare soltanto l’incipit di questo argomento complesso:

“Incontriamo il Guardiano della Soglia in molte forme. E’ il Cerbero che fa la guardia alle porte dell’Ade; Il drago che S.Michele (forza di volontà spirituale) sta per uccidere; il serpente che tentò Eva, e la cui testa verrà schiacciata dal tacco della donna; l’Hobgoblin che sorveglia il luogo ove il tesoro è sepolto, ecc
Egli è il re del Male, che non permette che all’interno del suo regno cresca un bambino, che possa sorpassarlo in potere; l’Erode dinanzi alla quale furia il divino bimbo Gesù deve fuggire in una nazione straniera, e non gli è permesso tornare a casa (l’anima) finché il re (ambizione, orgoglio, vanità, superbia, ecc.) viene detronizzato o ucciso.

Secondo Max Heindel, il Guardiano di Soglia deve essere affrontato da ogni aspirante – usualmente durante le prime fasi del suo progresso nel mondo invisibile ed intangibile – ed è una delle maggiori cause di ossessione.”

I Guardiani di Soglia, secondo chi scrive, possono essere diversi o si possono manifestare in diverse forme, anche se molto probabilmente la loro radice è comune.
A ognuno di noi sta trovarli e nominarli, prima, e affrontarli poi.
Sconfiggerli definitivamente non è dato alla maggioranza degli iniziati, ma conoscerli e imparare a riconoscerne le influenze è necessario alla progressione spirituale e nel mondo occulto.

E ciò coincide con l’inizio del distacco dai meccanismi di azione/reazione che la società, in tutte le sue manifestazioni dalla famiglia in poi, propone.